RollingStone – Black Camera

«Per essere buoni fotografi bisogna lavorare sulla propria intimità»

Lo dice l’artista olandese Erik Kessels, che ha appena terminato il suo progetto con gli studenti dell’istituto Raffles di Milano. Qui racconta il suo approccio didattico e com’è cambiata la fotografia negli ultimi anni

Raffles Milano ha appena lanciato, in collaborazione con Leica Akademie Italia, delle borse di studio (fino al 50% e con scadenza il 30 giugno 2021) destinate al Master di Fotografia che partirà dal prossimo novembre. Il master dell’istituto di via Felice Casati dura dieci mesi, e in questo periodo i 20 studenti selezionati avranno la possibilità di lavorare fianco a fianco con docenti di livello internazionale, potendosi confrontare con grandi professionisti della fotografia e dell’arte contemporanea. La scuola, che ha aperto a Milano nel 2017, si è da subito differenziata dalle altre per il suo approccio didattico trasversale, per il suo ambiente internazionale e per il suo metodo di insegnamento che propone corsi molto incentrati sulla progettualità e sullo scambio tra le varie discipline.

Proprio in questi giorni è a Milano Erik Kessels, artista, designer e curatore olandese, che sta completando il suo originalissimo progetto insieme agli studenti di Raffles, progetto che è diventato una mostra all’interno delle sale dell’istituto. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa in più sul suo approccio didattico all’interno del Master di Fotografia.

Erik, so che stai concludendo il tuo progetto con gli studenti del master di fotografia di Raffles Milano. Su che cosa avete lavorato?
Quando lavoro con gli studenti, mi piace entrare subito in relazione con loro. È fondamentale che ci sia un’interazione, che si crei un rapporto, è qualcosa di indispensabile per poter realizzare un progetto visivo. Molti studenti hanno un bel portfolio, ben presentato, mi fanno vedere fotografie tecnicamente “giuste”, ma che mancano di personalità e identità. Mi spiego meglio con una metafora: è un po’ come confrontare il giardino di fronte a casa con quello sul retro; le persone tendono a mostrare al pubblico la loro parte curata, piacevole, accettabile, mentre tengono nascosta quella disordinata, sporca, oscura. Ecco, io cerco di convincere i ragazzi a mettere in mostra il loro giardino sul retro, che è pieno di storie personali, progetti incompiuti, imbarazzi, esperienze intime…

Quindi tu cerchi di costruire un rapporto stretto tra la fotografia e la personalità degli studenti?
Sì, cerco di fare in modo di accorparli in un concetto unico. Oggi pochi fotografi riescono a sorprendere con delle belle foto, magari esteticamente piacevoli e che non hanno bisogno di portarsi dietro una storia, ma sono veramente pochi quelli che ancora sopravvivono così. Io penso che sia fondamentale costruire una storia, perché è evidente che quasi tutte le fotografie sono già state scattate, ma non tutte le storie sono state raccontate e soprattutto ce ne sono sempre di nuove. Poi, sono convinto che la fotografia in qualche modo sia anche uno strumento terapeutico, quindi considero questi corsi molto importanti, perché permettono agli studenti di lavorare rivolgendo il loro sguardo prima all’interno, poi all’esterno. Ognuno di loro si porta dentro qualche frustrazione, una brutta esperienza o qualche cosa che lo infastidisce e che ha bisogno di uscire e vedere le loro reazioni è davvero emozionante. Magari per un impiegato di banca o per un operaio non è così semplice sfogare le proprie frustrazioni, mentre per un fotografo o per un artista esiste il lato creativo, che può funzionare come valvola di sfogo per trasformare un problema in qualcosa di buono.

Negli ultimi anni la fotografia è cambiata radicalmente, sia come strumento che come linguaggio. Quali elementi riescono a fare la differenza oggi per emergere come autori?
Oggi la fotografia è accessibile a tutti, basta avere uno smartphone o una compatta da pochi euro. Fino a vent’anni fa era diverso: bisognava avere una certa attrezzatura, molto tempo a disposizione, acquistare strumenti costosi, rullini, stampare. Per fare il fotografo bisognava essere benestanti oppure avere davvero molto talento. Nel 2021 tutti quanti possono diventare buoni fotografi, almeno dal punto di vista tecnico: si possono fare corsi di qualsiasi tipo, la tecnologia è avanzatissima e i programmi di postproduzione sono abbastanza semplici da usare. Emergere oggi come artisti è difficilissimo, ciò che fa la differenza è il modo in cui si usa il cervello e io punto molto su questo concetto. Bisogna ricordarsi di chiedersi, di tanto in tanto, cosa si sta facendo e perché, quale storia si sta cercando di raccontare e quanta parte di se stessi ci si sta mettendo dentro. Tutti possono fare delle belle foto, ma pochi sono in grado di realizzare un progetto davvero autoriale.

© Alesso Fusi Studente di Raffles Milano, Master di Fotografia A.A. 2020-21

Tra i vari lavori che sono stati realizzati dagli studenti, ce n’è qualcuno che ti è rimasto impresso?
Tutti i ragazzi hanno lavorato su temi molto interessanti, ma uno in particolare mi ha colpito: un ragazzo ha voluto approfondire la difficile relazione con sua madre, con cui aveva un rapporto burrascoso fin dai tempi dell’adolescenza, facevano tanta fatica a comunicare. Lui ha deciso di tornare a casa e ha proposto alla madre di spogliarsi con lui, e di scriversi a vicenda sul corpo, con un pennarello, i lati del carattere che accettavano o che non apprezzavano l’uno dell’altro. Il progetto è stato fotografato e raccontato con un video, quindi è diventato una sorta di performance, molto toccante, profondo. Adesso tutti i progetti realizzati dai ragazzi del Master di Fotografia sono esposti nelle sale della scuola.